
A Bologna è andato in scena lo spettacolo ispirato all’opera di Nikolaj Gogol
In un teatro Celebrazioni gremito di pubblico è andata in scena la commedia satirica ‘L’Ispettore Generale’ di Nikolaj Gogol, uno dei capisaldi della letteratura russa che dopo quasi 190 anni tratta argomenti di estrema attualità ed importanza sociale.
Il pubblico che assiste all’adattamento di Leo Muscato si ritrova proiettato in una piccola provincia russa dove gli uomini di governo non perdono occasione per anteporre al bene della cosa pubblica i propri interessi personali. L’apparente tranquillità in cui vivono i nostri protagonisti svanisce improvvisamente quando il podestà riceve una lettera che lo avvisa dell’imminente arrivo di un ispettore generale che avrà il compito di indagare sulla gestione della provincia. Il panico di diffonde ancor di più dopo aver appreso, insieme ai funzionari corrotti radunati dal podestà, della presenza nella locanda del paese di un viaggiatore identificato proprio come l’ispettore generale.
Da questo punto ha inizio la giornata più nefasta nella carriera dei notabili del paese, soprattutto per il podestà che, nel tentativo di preservare la sua posizione e nell’ingorda abitudine di tentare di trarre personale vantaggio da ogni situazione lo condurrà ad assaggiare un po’ della sua medicina in una specie di legge del contrappasso che nonostante tutto non lo redimerà.
Il pubblico ha avuto modo di vedere una corale prova attoriale di buon livello, anche se si potrebbe faticare nel riconoscere il Rocco Papaleo che ci ha abituato nel tempo a prove recitative al limite dell’esplosivo ed a volte anche un passo oltre. In quest’occasione, però, tutta l’esuberanza di Papaleo viene contenuta da una regia – quella di Leo Muscato ndr- molto conservatrice e fedele al testo che riesce nell’intento del tutto involontario di ingabbiare e moderare l’esplosività degli attori del cast. In questo modo assistiamo ad uno spettacolo buono ma non esaltante, offre spunti comici gradevoli ma privi di quel brio che ti saresti aspettato ed è un vero peccato perché con una maggiore libertà accordata dalla regia, l’importante amalgama tra gli attori avrebbe potuto tramutarsi in una valorizzazione reciproca degli stessi attori.
Dal canto suo il cast attoriale si destreggia egregiamente tra le sinuose pieghe del testo e senza strafare riesce a rendergli giustizia anche se risulta un po’ rimodulata l’ironia che caratterizzava le opere di Gogol. Tra gli interpreti si nota una particolare complicità tra il podestà e Chlestanov interpretato rispettivamente da Rocco Papaleo e Daniele Marmi dimostrando una buonissima interazione capace di innescare un crescendo comico autoalimentato tra i due.
La compagine femminile si conferma degna di nota, efficace lo scambio di battute tra Letizia Bravi – figlia – e Marta Dalla Via – moglie – con il quale riescono a condurci nelle dinamiche madre/figlie tipiche dei personaggi pervasi dall’arrivismo e dalla corruzione mentre Elena Aimone – dottoressa vedova cameriera si destreggia bene nel caratterizzare efficacemente tre personaggi diversi.
Bravi anche Marco Gobetti – il giudice -, Michele Schiano di Cola – Dobčinskij – Michele Cipriani – Bobčinskij – Marco Vergani – direttore scolastico – Marco Brinzi – Ufficiale postale – Salvatore Cutrì – attendente, mercante – Mauro Parrinello – sovrintendente opere pie – e Giulio Baraldi – Osip – capaci, insieme agli altri interpreti, di rappresentare efficacemente l’umana debolezza e l’estremo egoismo che, anche al giorno d’oggi, pervade e conduce questi uomini a realizzare le più basse nefandezze guidati da un’irresistibile brama di potere che li conduce ad un’inevitabile autodistruzione.
Molto appagante per gli occhi l’allestimento scenico e la fotografia l’operato di Andrea Belli -scenografia, Margherita Baldoni – costumi – Alessandro Verazzi – luci – e Andrea Chenna – musiche – riesce a prendere per mano lo spettatore conducendolo nell’atmosfera immaginata da Gogol dove scoprirà gli inganni, i soprusi e le nefandezze dei protagonisti di questa commedia.
L’allestimento scenico giova di un interessante meccanismo che gli permette la rotazione mostrando al pubblico le ambientazioni interne ed esterne. A sottolineare il clima asettico ed a tratti triste di questa vicenda contribuisce anche la rappresentazione delle case presenti in paese, ridotte ad un minimalismo estraniante che ben rappresentano il valore che i personaggi attribuiscono al popolo che governa. In questo ambiente quasi asettico, si muovono gli attori valorizzati da costumi fedeli alla tradizione russa ottocentesca e che caratterizzano in modo puntuale e preciso i personaggi raccontati come un autoritratto.
In conclusione una buona trasposizione dell’opera originale, caratterizzata da un ottimo impatto estetico e da una buona prova attoriale, resta comunque quella sensazione di essersi persi quel qualcosa di più che avrebbe sicuramente reso migliore l’esperienza vissuta.